Microsoft word - riverberi di medea.doc

Viaggio teatrale per musica: un mosaico di citazioni, un tessuto nella memoria, un intreccio di riflessioni, un dialogo sul mito della donna. Grazie a Euripide, Seneca, Götter, Klinger, Romani, Grillparzer, Wolf . inconsapevoli. Memoria.
Medea, Giasone, coro: ciascuno da sé Se racconto a un altro la fiaba della mia vita mi sembra che sia un altro a parlare: è come se stessi ad ascoltarlo e non potessi fare a meno d’interromperlo. No, amico, non può essere vero: quella stessa donna cui tu presti pensieri delittuosi la mostri anche nel mare dei suoi padri sotto la luce e lo splendore di queste stesse stelle mite, innocente, pura d’ogni colpa, come una bambina al seno della madre? Dove sta andando? Doveva andare così. Han fatto di noi ciò di cui GIASONE: Eravamo lontani, ormai. Lei rise: non con avevano bisogno: di lui l’eroe, di me la donna malvagia. disprezzo, trovai piuttosto indulgenza . Mi stava Ci hanno allontanato l’uno dall’altra . vicinissima, mi mise la mano sulla nuca e disse non te la prendere, Giasone. Fa così ancora oggi: quel che (il canto emerge durante il discorso di Giasone) per lei è importante lo tratta in modo accidentale. … il suo nome significa colei che sa consigliare e Nelle oscure caverne del Caucàso ammiro l’infinito, e mi conforto: contemplo il mio io illimitato. Soffiano venti di ponente sulla mia fronte triste: a bassa voce lamento ancora di non esser fragile, più fragile. Una pena inestinguibile ora oscura la mia aura… Il male . devo guardarlo con chiarezza se lo voglio lenire. Hanno inventato inni per giornate festive, per banchetti solenni per lunghe e lunghe cene. Però nessuno ha mai trovato il canto né il suono delle cetre per lenire, il male, e le afflizioni odiose della gente. Corinto e tutto ciò che in essa accadeva m’era indifferente . ma la nostra Colchide. quella per me è come il mio corpo ingrossato, carico di vita altrui; avverto i movimenti e l’energia di quella vita. Ma . non pensiamo … i tempi antichi liberano in noi forze che non sapremmo più padroneggiare: non si possono smembrare, separare, ricomporre i frammenti del passato a nostra convenienza. Absirto, la tua morte m’ha spalancato gli occhi. Non più dover morire e poi rinascere. Sì: mi consolo a non vivere sempre: CORO FEMMINILE: La dolce e ridente Afrodite lanciò uno dei suoi strali al cuore di Medea: la ferita sempre aperta di questo dardo vince il sovrumano potere della terribile maga con una forza ancora maggiore. Medea dimentica volentieri che le forze della natura obbediscono ad un suo cenno, ma Afrodite scaglia una nuova freccia nel cuore di Giasone. egli ora pensa soltanto a come poter sfuggire al potere di Medea, a come poter gustare, con minori rischi, le gioie dell’amore con la più dolce e tenera figlia della terra. Un tremore mi spinse nelle sue braccia, nel sacro bosco di GIASONE: Provai orrore per lei ma non potei Pallade. Io lo guardai e un altro cielo, un altro cielo, mirar distoglierne lo sguardo; sono sicuro che voleva la credetti in lui: un fuoco sconosciuto, dolce, sì dolce, si vedessi così: spaventosa e bella, il fuoco nelle vene. diffuse nelle mie vene. La desiderai come non avevo mai desiderato una donna, … non sapevo che c’è desiderio che ti dilania . e seppi che senza quella donna non potevo andarmene. Dovevo averla. Quanto più cercavo di fuggire, tanto più profondamente penetrava la freccia dell’amore. … La salvezza del padre - quel mio segreto ardore: tutto è contro di tutto: - devo essere più saggia. ma forze irresistibili - ora mi dominano. Parla bene il dovere - ma l’amore bruciante già m’ha pervaso tutta - tutta, tutta me stessa. Tremano le ginocchia, - s’infiammano le guance, il battito della vita si ferma. (sottovoce) Trattenni il respiro, indugiai … con desiderio mi accostai . ai suoi giuramenti mutai il mio. Solo la nipote del Sole poteva innamorarsi così! Solo la nipote del Sole poteva sentire così! Da mia madre presi la scienza fitta di mistero delle arti magiche; il dolce raggio di mio padre, il Sole, mitiga quella spaventosa e CORO: … Medea,
nipote del Sole, figlia d’Ecate, c’è estranea. Non partecipa al sentire del nostro debole cuore. Hai mai tremato davanti alla mia potenza? non l’ho forse sacrificata al giogo più dolce dell’amore? non sono stata donna compiacente, a te sottomessa? Era Medea, lo sai, del suo destin maggiore, Giasone, lo sai: minore ella si fece sol per te. Non più i miei gioielli, - via il mio rango: donna, Gli stringo le spalle - quando giace su me, sento tendersi i muscoli - quando giace su me, Ma anche le sue spalle a poco a poco s’indurirono: divenne uomo di corte. Vidi la sua aura quasi totalmente oscurata: mi prese orrore. Mi fece male. Prima diceva ‘noi’, poi non più – quella è stata la cesura . un dolore che non vuole passare. Ma ora il dolore di lei ripudiata non tocca più la mia anima. Greve pesa su di me il giogo del destino che mi costringe ad essere debitore di quella donna per la quale non posso provare alcuna gratitudine, poiché Mi conoscevi, sapevi com’ero, e mi hai pure cercata, mi hai presa, così come ero. Adesso tienimi con te, così come sono. Vorrei stare bene con te, quello del passato! Perché ostinarsi nel ricordo del passato? Quel ricordo viene da solo anche troppo spesso. Paziente, spingi la pesante pietra che sempre rotola indietro e ti viene addosso, sbarrando ogni sentiero e ogni via È aperto, il tuo cuore, limpido; il mio fosco, chiuso: un mare corrucciato. Ma la tua luce, dolce, illumina a giorno l’abisso dei miei sensi, dei miei pensieri. Chiarezza lucente: sono tua e tu sei mio … È proprio finito per sempre quel tempo così bello? Finito… Sei stata tu? Sono stato io? Non so è successo. Per le tue onde impetuose, io posso provare solo freddo stupore; non faranno mai felici l’uomo, nato dalla terra e che sulla terra vive. restituiscimi a me stesso, ridammi le mie radici nella mia terra natale. Rivuoi Giasone? Eccolo, tièntelo! Ma chi può ridare a me Io voglio sperare, temere soffrire godere come i miei simili. Non vegetare ancora in arida ammirazione della tua terribile grandezza. Mi séparo da te per essere, per mezzo mio, solo un Questo mantello fatto a pezzi. Guardalo: ne stringo un lembo al cuore, l’altro getto ai tuoi piedi: così, è qui a pezzi il nostro amore. (sottovoce) . perché ora tremo? Perché temo una scelta che spero mi liberi d’ogn’altro affanno? CORO 1: Da tempo non la sentiamo più ridere. Dagli occhi e dalla risata sapevi ch’era lei… l’abbiamo soffocata noi, la sua risata: purtroppo si è costretti a fare anche le cose che non ci piacciono. CORO 2: Perché rifiuta le usanze e i costumi della nostra terra? Sia greca, qui in Grecia! L’amore ci rende donne, e qualcuno deve pur ricordarci che siamo donne prima che madri … Lo vidi con altri occhi quando lo conobbi nella veste di capitano. Quando salì nella sua nave e s’eresse col suo vello d’oro sulle spalle: la preoccupazione per il suo equipaggio non aveva nulla di effeminato. Disse che ero sotto la sua protezione: cosa nuova, per me esser protetta … da un solo uomo: sorprendeva me stessa. Riesce ancora a farmi male, madre: deve finire; “Vieni”, dice, e alla sua voce le mie viscere rispondono ancora, ancora gl’abbandono, e non solo il piede, ogni parte del mio corpo: lui sa rispondergli come nessun altro … Mi siedo sul giaciglio accanto a lui, gli stacco le mani dalle tempie, gli accarezzo la fronte, le guance, le spalle. “Vieni”: mi sdraio accanto, le palpebre chiuse, s’abbandona alle fantasie … dove mai m’ha lasciato entrare, come lui entra in me… Gli riesce ciò che gli auguravo, mi cade addosso, tutto il suo peso su me, la faccia affogata nei miei seni: piange a lungo sul letto d’amore. GIASONE: Per via del letto, dunque, credi bene E pensavi fosse un dolore da niente, questo, per una donna? I miei delitti erano figli del più bruciante amore che mai abbia sconvolto il cuore di una donna. Questo amore rompe ogni legame con la terra, ogni vincolo di vita riduce in cenere; fonde rovina, e dolore, godimento e piacere. Prima credevi in me, e io in te. Poi, accecato come eri, ti sentivi forte e virile, ma non era che brutale arroganza, la tua. Io non sono mai stata Medea per te: solo la madre dei tuoi figli, che con trepidazione attendeva che tu decidessi la sua sorte. Poi null’altro m’è rimasto, se non contemplare immobile la mia rovina. Dimmi . che sarà di me? Quanto legava alla terra dei miei padri l’ho sepolto . non più maga, solo donna indifesa, io mi getto debole tra le tue braccia … marito . non lo sei più . amato non sei mai stato. Uomo? Un uomo mai rompe la sacra parola. Giasone? Ahimé questo nome è nome d’un traditore! Come ho da chiamarti dunque? Infame? Dolce? Buono? Da’ chiarezza ai tuoi gelidi sguardi, o strappa interamente dai miei sensi CREUSA (da fuori, come un’eco): Il tuo sguardo era mite, Creusa, dolce e buono: ma a strada era scivolosa; per cadere bastava un passo. Là fuori infuriava il mare. Dicono che noi donne passiamo la vita in casa senza correre pericoli, loro invece si battono con la lancia. Idioti! Cento volte vorrei piantarmi in campo accanto al mio scudo piuttosto che affrontare un solo parto. Noi eravamo un’unica cosa, uniti nella stessa cosa. Da lui, da me, essi avevano ricevuto la vita, il suo e il mio sangue scorreva nelle loro vene. La sua e la mia immagine erano impresse nel loro animo: eravamo incatenati in unità come le stelle che ruotano attorno al sole … Ero sicura di me, unita e in pace con me stessa, in armonia; ora questo dono mi è negato … Ma … sono più miei . son più vicini a me: io li generai, da me bevvero il primo sorso della vita; da me udirono le prime parole. Solo per me conobbero il padre: io gl’insegnai a pronunciare il suo nome, io a cercarlo, a prenderlo per mano, io a chiamarlo teneramente. Sono più miei. (trasognata) Solo la morte potrà lacerare questo legame … e, sola, Medea è soltanto la terribile figlia di Ecate. Le cose si stanno mettendo in modo che sarà scontento della vita sia chi subisce il torto, sia chi il torto lo fa. Tutti saranno scontenti della loro vita. Mai più gioia, Giasone,
mai più, per te, per noi.
Si distrugge la vita degli altri
perché c’è davvero pochissimo
piacere,
pochissima
gioia
nella propria.

Dove mi sto smarrendo: devo decidermi ad alzarmi, ho trascorso l’intera mattinata dormendo e non m’era mai accaduto. Si è abbattuto su me un evento inaspettato e mi ha distrutto. Ho paura, amiche: sono una donna finita, ho perduto il gusto di vivere, desidero solo morire. CREONTE: ho paura di te. È bene parlare signore. Ricomincerei a vivere se sapessi che lei se ne è andata: ma devo proteggere chi si è affidato a me. Medea, E a chiunque lo ospiti e lo protegga entro tre giorni e tre notti. CORO: è stata capace di diventare adulta senza uccidere il bambino che stava dentro sé. È stata una benedizione? Lo è ancora? Adesso le grandi porte della sala si sono aperte. Adesso mi coglie la nostalgia di tutti giorni Di tutte le gioie semplici. Adesso sono tutti alle mie una donna che dica loro che non hanno colpe; che è il destino a trascinarli nelle loro imprese; che la scia di sangue che si lasciano dietro fa parte della mascolinità così come gli dei l’hanno determinata. Grandi bambini terribili, Sento di nuovo lo strepito: è la febbre. Da dove viene questa stanchezza? Resta qui, madre: voglio solo dormire ancora un poco; poi mi alzerò e indosserò il vestito bianco, come tu mi hai insegnato, e cammineremo ancora insieme; e sarò allegra come’ero È finita: il canto nuziale ferisce le mie orecchie. Egli Nel mio petto, un martello: sovrasta ogni altro rumore: martella fin nelle tempie… Che succede? Perché la mia testa lascia vagare i pensieri a sciami? perché dallo sciame non riesco a fermare l’unico che mi dell’allegria feroce che mi pervade: Ora sono Medea. Han detto ch’ero malvagia: no, non lo ero; ora però sento che nel mio terribile essere solo me stessa, posso diventarlo. L’ira e l’amore adesso sono alleati. (spossata) . cerco di non pensare, di non volere niente. Che sia la notte a meditare su questi abissi silenziosi. Non penso a nulla: un immobile vuoto, un nulla in cui vibra un Qualcosa senza nome. (assorta) In questa nera oscurità le mie forze segrete prorompono: il mostruoso gomitolo, gravido di futuro, lentamente si srotola: non distinguo quali forme appaiano. Per ora il mio occhio si rifiuta di guardare. Omicidio.
Come potrei dimenticare, Absirto, che anch’io ho desiderato diventare cattiva al momento giusto. Veramente cattiva! Questo sarebbe il momento giusto: ECATE: Io esigo il sangue dei dormienti per i miei cari, mai dimenticati. CORO 1: D’una donna hai la perfidia, CORO 2 (straniato): la sola cosa che t’avrebbe aiutato? Vivere nascostamente. Non una parola, invisibile, non un battito di ciglia. Solo così ti tollerano o – ch’è lo stesso – ti dimenticano. A te non era concesso. Che sta accadendo? Un suono opaco cresce da tante gole? Urlano un nome maledetto? Vogliono la donna! Mi strozza, il suono mi strozza . mi scuote . nessuno? Nessuno m’aiuta? Nessuno afferra Medea? E sia . che interesse ho a vivere: non ho patria, non ho casa, né scampo . Ch’io lasci i miei bambini in mano ai Figli un tempo miei, pagate voi le colpe paterne. Brividi … orrore … ghiaccio … il petto palpita. Io spargere il sangue mio? Ah! mi rendete il sangue mio: quello sol versare vogl’io che vi diede il traditore! … Ma devono assolutamente morire. Io che li ho messi al mondo, io li ucciderò: tutto è compiuto; non ci sarà scampo. Amiche, so bene, so qual misfatto, si compie; so la passione padrona dei miei gesti. I sentimenti: patrimonio assoluto dell’uomo: solo lo schiavo li deve nascondere. Uccidere i bambini; non lasciare le mie creature ad altra mano nemica da trucidare. Se devono morire … io che li ho messi al mondo. Vai, o mano sciagurata, muoviti verso la soglia d’una nuova vita ma di dolore; non vile, e non ricordarti dei figli, quanto ti sono cari come gli hai dato vita. Oggi, per oggi, almeno, dimentica poi piangi senza fine. CORO: Sono morti per mano della madre – GIASONE: Ah che vuoi dire? M’hai ammazzato, o donna. UNO DEL CORO: Lei che si dovette separare dagli uomini perché gli uomini vollero separarsi da lei … In ginocchio di supplicai di voler aver pietà di me, ma ora ogni legame è sciolto. Io mi sono riavvolta nel mio spaventoso essere me stessa. Immobile nella mia spaventosa grandezza mi osserverò nella mia terribile essenza. Torno a ridere, come un tempo. Adesso sono superiore. Dovunque mi frughino né speranza, né paura troveranno gli arti crudeli. Nulla: niente di niente. L’amore fatto a brani, distrugge il dolore. Nulla: né desideri né ricordi. Sono libera. Ascolta: mi colma il vuoto. Pensare un mondo, un tempo in cui poter stare bene? Esiste? Nessuno cui chiedere. È questa la risposta. Epilogo.
CORO: … a Medea è toccato, toccato disvelare verità sepolte dal fondo delle nostre viscere. Non si tollera. Se non possiamo essere come vogliamo, ci si lasci almeno vivere come possiamo. È vero sono accadute cose che mai avrebbero dovuto accadere, mai; le piango più amaramente, sai, di quanto tu non creda. A te sembra che la morte sia il peggiore dei mali, ma io ne conosco uno molto più crudele: l’infelicità. Se tu sapessi sapessi leggere qui nel mio cuore – mai l’hai saputo, e ancora non sai – vedresti un dolore che infuria infuria senza fine. Come mare in tempesta, inghiotte brandelli della mia sofferenza: a uno ad uno li copre d’orrore, devastati, con sé li trascina nell’incommensurabile. Non piango i nostri figli morti, piango la loro vita piango la nostra vita. Vado in esilio, Giasone, in esilio: non è cosa nuova cambiar luogo, è nuova la ragione. Temevi Creonte - temevi la guerra? L’amore non teme: - cede, s’arrende. Ma non teme. Credi che tutto ciò che è stato sia sempre e ancora, qui, con noi? Che la vita non sarebbe nient’altro che
presente, un presente senza fine? Ma se l’attimo è la
culla del futuro, perché non dev’essere anche la tomba
del passato?

CORO: (sottovoce). E chi lo crederebbe: provai una sorta d’invidia per quella donna sporca, lorda, sfinita, esiliata tra calci e maledizioni del sommo sacerdote. Invidia perché lei era ora libera da dissidi interiori. Perché (forte) in quell’attimo la frattura si spalancava tra lei e chi l’aveva condannata ed Quello che si attendeva non si avvera; gli eventi imprevisti hanno trovato la via: tale è l’esito di questa azione.

Source: http://www.paolorusso.eu/Estro%20disarmonico/Medea.pdf

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1855 ON THE LAW WHICH HAS REGULATED THE INTRODUCTION OF NEW SPECIES Alfred Russel Wallace February, 1855 (also known as the Sarawack Law. ed.) Electronically Enhanced Text (c) Copyright 1991, World Library, Inc. Wallace, Alfred Russel (1823-1913) - A largely self-educated English naturalist and philosopherwho developed a theory of evolution by natural selec

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